La speranza è una compagnia che ci precede
Chesterton e la difesa di "amici ancora vivi e disposti a morire", contro l’eroismo solitario
Quella che segue è la trascrizione di una chiacchierata/conferenza che ho tenuto presso l’Associazione culturale Don Luigi Negri di Fano il 29 maggio 2026
1.Spoiler: la speranza comincia da due
Di solito è brutto fare lo spoiler di un film, svelare il finale. Ma infrango questa regola e dico subito qual è il punto di arrivo della mia chiacchierata con voi:
«Accadrà qualcosa che distruggerà questo egoismo, questo isolamento di milioni di persone. Perché non cominciamo noi, tu ed io?»
G. K. CHESTERTON, da Il Napoleone di Notting Hill
Chi parla è un personaggio di un romanzo di Chesterton: Adam Wayne. In realtà, però, questa è la voce di tutti i personaggi che si incontrano nella narrativa di Chesterton.
Ed è il succo della faccenda. La risorsa essenziale che ci ha lasciato.
In nessuno dei suoi testi troverete quello che noi definiamo «protagonista»: l’eroe solitario che sta al centro della scena.
2. La speranza non è un lieto fine
Quella che abbiamo appena letto è la definizione di speranza. L’ipotesi di speranza che Chesterton si è dedicato a piantare nel cuore dell’età contemporanea.
Noi crediamo che speranza significhi: un esito buono di quello che accadrà. Ed è un abbaglio.
Lo scorso anno la Chiesa ha celebrato il giubileo della speranza. La speranza che porta la Chiesa è una compagnia presente, capace di accompagnare l’uomo dentro ogni buio che verrà.
La disperazione, al contrario, non si radica in una visione pessimistica del futuro, ma in una solitudine presente che diventa abbandono al nulla.
3. L’io, se resta solo, muore
Se dovessimo fare l’analisi grammaticale della parola IO, dovremmo scrivere: pronome personale, prima persona singolare.
Nell’esperienza, però, dobbiamo contraddire la grammatica.
Se l’io è singolare, muore. Si avvizzisce. Solo se l’io è partecipe e consapevole di una rete di relazioni può nutrirsi, fiorire, essere.
Noi diamo per scontata una definizione di «eroismo» che è singolare. L’eroe è un personaggio eccezionale, che affronta avventure e dà prova delle sue capacità. Siamo abituati a pensare che le storie abbiano un protagonista e poi dei personaggi secondari.
È un problema contemporaneo, e nasconde una ferita tragica.
4. La solitudine travestita da successo
Questa visione arriva a permeare anche gli aspetti più comuni delle nostre giornate. Ci viene detto in mille modi che «dobbiamo farcela da soli».
Gianni Morandi cantava «uno su mille ce la fa» e Chesterton gli avrebbe chiesto: e cosa accade degli altri 999?
E cosa ne è, da solo, di quell’uno su mille che ce l’ha fatta? E’ davvero felice?
Vogliamo davvero vivere in un mondo in cui la riuscita è di pochissimi, in cui l’eroismo è una cavalcata in solitaria?
I talent show mettono in scena una gara in cui si vince sconfiggendo gli altri. Il talento personale non è a servizio di una comunità, ma diventa l’arma con cui superi l’altro e lo sconfiggi.
Ecco, Chesterton capì molto bene il tema dell’io: la tentazione di ridurre l’individualità all’isolamento singolare, alla competizione che ci trasforma in sovrani assoluti del nostro regno personale.
5. Il Novecento e la tenebra dell’io solitario
Chesterton nacque nel 1874 e morì nel 1936. Conobbe profondamente la crisi culturale e umana in cui precipitò l’Europa di inizio Novecento.
Fu un’ecatombe.
Gli scrittori documentarono la tenebra che seguì la grande — presunta — conquista dell’io solitario: sradicarsi dai legami, essere liberi dalle imposizioni religiose, conoscere razionalmente la realtà, diventare artefici del proprio destino.
Queste grandi ambizioni, anziché portare a un tempo bellissimo e pieno di gioia, portarono alla tenebra. Alla voragine del nulla. Al sentirsi sconosciuti a se stessi dentro un mondo altrettanto inconoscibile.
Perché?
Lo dice molto bene un autore italiano:
«L’individuo non è una entità chiusa, ma un rapporto, il luogo di tutti i rapporti.»
Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli
6. Una prima persona plurale
Questo è il punto.
Grammaticalmente noi scriviamo ancora: io, pronome personale di prima persona singolare. Ma nell’esperienza questo non è vero.
L’io, per essere, deve essere una prima persona plurale.
Senza una rete di rapporti, senza relazioni, l’io non è.
Se l’io si riduce a persona singolare, a monade che deve sussistere da sola, scavalcare gli altri e costruirsi un regno di autonomia personale, muore. Avvizzisce. Sprofonda nella tenebra.
7. Amici ancora vivi e disposti a morire
In nome di cosa si costruisce una comunità?
Non in nome di alleati che hanno interessi comuni.
L’unica alternativa che tiene è riconoscersi figli di Dio.
L’io non è innanzitutto “io sono”, ma “io sono amato”. C’è un’ipotesi di amore che precede la mia presenza. Non è per uno scatto di energia personale che posso dire, dal nulla, “io sono”.
Se mi convinco da solo, fortissimamente, con ogni sorta di esercizio mentale, che “io sono”, la conseguenza contro cui vado a sbattere è che “io sono nulla”.
Solo “io sono amato”, “noi siamo amati”, permette una coscienza che ci precede e ci lega a un Padre che ha sconfitto il nulla.
Questa è la nostra comunità.
8. Chesterton non scrive mai un eroe solo
Nei testi di Chesterton, qualunque vogliate leggere, non c’è mai un eroe isolato, un uomo solo, un protagonista chiuso in se stesso.
Il tema è sempre plurale. Anche quando i personaggi discutono, litigano, si contraddicono, la trama resta sempre plurale.
Uno dei romanzi più famosi che scrisse si intitola Uomovivo. E, alla luce dei titoli che attraversano il Novecento, è già una mosca bianca.
Nel cimitero del Novecento, Chesterton scende in campo con un uomo vivo.
Ma neppure in quest’opera, che nel titolo ha un singolare, c’è un solo protagonista. C’è una comunità umana che si riscopre tale grazie a un matto di nome Innocent Smith.
9. Uno più uno non fa due
E nell’altro romanzo che ha, apparentemente, nel titolo un eroe singolare, L’uomo che fu Giovedì, c’è una compagnia strana di investigatori che si scoprono amici dopo avere creduto di essere uno contro l’altro.
La maschera insostenibile del «UNO SU MILLE CE LA FA» crolla di fronte a un’altra evidenza:
«In tutte quelle traversie lo aveva accompagnato il recondito terrore della solitudine e non ci sono parole per esprimere l’abisso che c’è tra l’essere soli e l’avere un alleato.
Si può concedere ai matematici che due più due fa quattro, ma uno più uno non fa due: due è duemila volte uno».
10. Conclusione. Perché non cominciamo noi?
Ed è qui che Chesterton torna a parlarci con una forza quasi scandalosa.
Non ci salva l’eroismo solitario. Non ci salva la riuscita individuale. Non ci salva l’idea di bastare a noi stessi.
Ci salva una compagnia che ci precede, ci chiama per nome e ci rimette dentro la realtà. Ci salva qualcuno che, nel buio, non ci spiega soltanto che la luce esiste, ma resta accanto a noi finché gli occhi tornano a vederla.
Forse la speranza comincia proprio così: non quando immaginiamo un futuro senza ferite, ma
quando scopriamo che dentro ogni ferita possiamo non essere soli.
E allora la domanda di Adam Wayne non è più soltanto una frase di romanzo.
È una possibilità concreta, rivolta a ciascuno di noi:
perché non cominciamo noi, tu ed io?





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